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Un paradosso chiamato Juvecaserta

(di Tommaso Staro) A Caserta c’è un popolo che non sa se gioire o preoccuparsi; che non sa se osannare i propri beniamini o provare a guardare con lungimiranza verso la linea dell’orizzonte e farsi venire il magone. Il popolo in questione è quello di fede bianconera, quello che non smette mai di seguire con passione la Juve e che, memore di quanto avvenuto circa tredici anno or sono (correva il 1998, l’anno che, nei fatti, segnò la fine definitiva dell’epopea Maggiò), teme la realtà che potrebbe materializzarsi da qui a qualche settimana.

Il paradosso, insomma, è di casa a Caserta. Il paradosso è capace di farlo vivere una squadra che, tra mille difficoltà anche di natura squisitamente tecnica, ogni domenica sta sovvertendo ogni pronostico con disarmante continuità e sta regalando gioie che neanche il più ottimista dei tifosi avrebbe potuto mettere in cantiere.

L’ultima, in ordine di tempo, quella che Doornekamp e compagni sono stati capaci di costruire con sudore e caparbietà sul legno del PalaTiziano di Roma. Un incontro che, nell’immediata vigilia, sembrava ragionevolmente essere fuori della portata degli uomini di Sacripanti alla luce del contingente buon momento di forma vissuto dalla compagine capitolina, giunta al centro del campo dopo aver sconfitto piuttosto sonoramente la granitica Bennet Cantù.

E, in effetti, le prime battute del match davano proprio la sensazione che quella giocata nel piccolo ma bello impianto progettato dall’architetto Nervi sarebbe stato un incontro avaro di soddisfazioni e destinato ad occupare presto un posto nell’oblio. Il talento di Dedovic, la sorprendente reattività sotto canestro di un ritrovato Crosariol e l’apprezzabile vena in cabina di regia di Gordic parevano confermare il gap tra le due squadre, aggravato esponenzialmente da una Pepsi con la testa altrove, poco lucida nel leggere le situazioni di gioco e sorretta, per lo più, dalle giocate estemporanee del solito ed irreprensibile Andre Smith. Un trend, questo, che veniva confermato fino all’intervallo a cui i bianconeri giungevano quasi per il rotto della cuffia sotto solo di cinque lunghezze nonostante una prestazione collettiva poco incoraggiante. Poi, la metamorfosi; quasi come se il sermone di Sacripanti negli spogliatoi fosse giunto dritto nel cuore e nelle gambe di Collins&c. al pari di una medicina capace di guarire un malato e di ridargli le forze perdute. Una trasformazione che era impressa nella straordinaria capacità di lottare, ancora una volta, di Smith, nell’estro di Collins, nelle giocate preziose di Maresca e, sopra ogni cosa, nella vena esplosiva di Alex Righetti. Sì, proprio l’ala riminese nel cui curriculum risaltano le sette stagioni vissute all’ombra del Cupolone e che dal popolo di fede giallorossa era stato adottato per quella sua straordinaria voglia di non mollare mai. Quella voglia di non mollare mai che, questa volta, il buon Alex – con un passato recente anche ad Avellino – ha messo al servizio della causa bianconera, armando la sua mano che, all’occorrenza, sa diventare mortifera. I suoi punti, le sue bombe, i suoi liberi, la sua grinta hanno annichilito un’Acea in balia di se stessa ed incredula nel guardare un tabellone luminoso che l’aveva vista comandare nel punteggio anche con margini di vantaggio decisamente rassicuranti. Ma la Juve, si sa, non è abituata a mollare ed a gettare la spugna. Questa Juve ha un cuore enorme e sta ponendo solidissime basi perché il traguardo stagionale possa essere tagliato quanto prima. Di questo passo, la salvezza è a portata di mano. Ma la salvezza a cui tutti anelano è quella più difficile da conquistare; una salvezza che passa per i conti delle società e che deve sensibilizzare il mondo dell’imprenditoria locale affinché la Caserta sportiva non viva un altro fallimento e non veda sparire una squadra in cui si identifica un’intera provincia. Bisogna, allora, unire le forze e fare del proprio meglio. I ragazzi di Sacripanti ce la stanno mettendo tutta; adesso tocca a qualcun altro. Perché il paradosso a Caserta merita di essere spazzato via.

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