La magistratura si è finalmente accorta del “segreto di Pulcinella” dei baroni universitari?

La magistratura si è finalmente accorta del “segreto di Pulcinella” dei baroni universitari?

set 28, 2017

Continua l’ondata di sdegno nell’opinione pubblica dopo il tourbillon provocato dalla magistratura nel mondo delle “Baronie” universitarie.

Sotto accusa – lo ricordiamo – è il concorso 2015 di abilitazione all’insegnamento accademico.

E tra i sette arrestati (gli altri sono:

- Giuseppe Maria Cipolla dell’Università di Cassino;

- Valerio Ficari, ordinario a Sassari e supplente a Tor Vergata a Roma);

- Guglielmo Fransoni, tributarista dello studio Russo di Firenze e professore all’Università di  Lecce;

- Alessandro Giovannini, docente all’Università di Siena ed ex direttore generale della Provincia di Livorno;

- Giuseppe Zizzo, dell’Università Carlo Cattaneo di Castellanza (Varese))

vi sono anche i professori Fabrizio Amatucci, napoletano, docente alla Federico II ed alla Luigi Vanvitelli di Caserta, e Adriano Di Pietro, docente all’Università di Bologna, che è stato titolare di un master dal 2007 al 2010 al Suor Orsola Benincasa di Napoli .

Fabrizio AMATUCCI

(Fabrizio Amatucci)

In totale sono 59 le persone indagate su tutto il territorio nazionale e, tra queste, altri 22 “baroni universitari” – oltre ai sette arrestati – sono stati colpiti dalla misura dell’interdizione dalle funzioni di professore universitario e da quelle connesse ad ogni altro incarico accademico per la durata di 12 mesi.

Quale è il metodo usato per abilitare i “raccomandati”? Secondo i magistrati della procura di Firenze, il classico do ut des per cui “io abilito uno dei tuoi e tu abiliti uno dei miei”. Candidati quindi utilizzati come merce di scambio con giudizi positivi redatti ad hoc dai cattedratici.

Amatucci in particolare redige le relazioni finali a Napoli e, dall’altra parte, Di Pietro a Bologna “controlla” i giudizi che vengono stilati proprio da uno dei “suoi” candidati in corsa per l’abilitazione.

Adriano di Pietro

(Adriano Di Pietro)

Le intercettazioni ambientali non lasciano dubbi e hanno inquadrato la gravità dei comportamenti.

La Guardia di Finanza, come spiegato in una nota, ha accertato “sistematici accordi corruttivi tra numerosi professori di diritto tributario” – alcuni dei quali pubblici ufficiali poiché componenti di diverse commissioni nazionali nominate dal Miur – finalizzati a rilasciare abilitazioni “secondo logiche di spartizione territoriale e di reciproci scambi di favori” per soddisfare “interessi personali, professionali o associativi“.

E se tra i candidati vi è qualcuno che è proprio bravo, che ha tutto, che è dotato della produzione più varia, “tutto lo scibile della speciale, alla generale, alla processuale”, che non può essere attaccato neanche sul piano della ricerca, come si fa a bocciarlo? Semplice, è propro Amatucci a spiegarlo: “Per quelli che hanno tutto, si deve scrivere che «non hanno la maturità»”. Per cui nella relazione di “bocciatura” viene scritto che: “il candidato dimostra di non avere rigore metodologico adeguato alla trattazione delle tematiche”. D’altronde – Manzoni docet! – non è così che deve comportarsi un perfetto azzeccagarbugli?

Ora, nella speranza che finalmente si sveglino in merito anche i magistrati “nostrani” dando un’occhiata particolare alle università locali ove spesso al padre succede il figlio, il nipote, talvolta persino la “commarella”, ci chiediamo nel frattempo: ma alla Facoltà di Giurisprudenza di S. Maria Capua Vetere, agli studenti desiderosi di apprendere, continueranno a essere “fortemente consigliati” i testi di Amatucci?

Poi ci si meraviglia della “fuga dei cervelli” dall’Italia e del “coma profondo” in cui giace l’Università italiota….

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