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Pillole di Amarcord #11: Una salvezza all’ultima giornata e il contrasto Caputo-Betti

In un periodo di isolamento ed emergenza, le pagine di un libro possono darci conforto. Ancora di più se raccontano la nostra storia cestistica e ci permettono di rievocare, insieme a loro, i momenti salienti della storia recente della JuveCaserta. Lo facciamo con alcuni estratti di ‘A 40 minuti dal paradiso’, il libro scritto nel 2010 da Sante Roperto e Camillo Anzoini.

Dopo la tragedia di Buccino e la scomparsa di alcune persone vicine alla JuveCaserta, si intuì subito che la stagione 2008-2009 sarebbe stata paradossalmente la più attesa e la più brutta da vivere e raccontare. Anche in campo le cose andavano male: Caserta col nuovo marchio ELDO era ripartita dimenticando in fretta i bagordi della festa promozione e lavorando fin da subito al debutto da neopromossa in Lega A, quattordici anni dopo l’ultima volta. Nella magica notte di Jesi, l’8 giugno 2008, si erano chiuse quattro stagioni di Legadue e ora Caserta, complice anche l’esclusione alla vigilia del campionato di Napoli e Capo d’Orlando, sognava l’accesso ai play off con un roster che secondo le prime intenzioni del giemme Betti, che l’aveva messo insieme, ne aveva le carte in regola. Le scommesse, presto perse, rispondevano ai nomi di due rookie, Butler e Foster, mente e braccio di quel progetto tecnico. Arrivati dal college, erano entrambi alla primissima esperienza oltreoceano. Jamar Butler, classe 1985, era un playmaker abile nell’uno contro uno, uscito da Ohio State; Shan Foster invece una 22enne guardia-ala tiratrice dalle buone credenziali. Il primo fu tagliato dopo tre gare, il secondo rimase fino a fine anno, ma in attesa di un’esplosione che non sarebbe mai arrivata. Furono due cattive scelte che finirono per deludere tutti. Decisamente meglio l’approdo in bianconero di Fabio Di Bella, che portava in dote le sei stagioni di serie A e la precedente apparizione all’Armani Jeans, e tra gli esterni le conferme di Larranaga e Tutt (già protagonisti dell’ultima promozione). In rampa di lancio anche il portoricano Guillermo Diaz, l’esterno su cui, l’anno prima, Frates aveva deciso di scommettere. Ma al piano di sopra andò meglio il confermato David Brkic, che rinfoltiva un gruppo di interni pieno dell’esperienza di Ale Frosini e Andrea Michelori nonché nella presenza di Ronald Slay. Il campionato fu burrascoso, tanto quanto le vicende extracestistiche: mai un sussulto, tante sconfitte (spesso poco dignitose) con una classifica che languiva nei bassifondi fino alla penultima giornata quando, nonostante il ko sul campo della Fortitudo, si conquistò la salvezza. Bottino ottenuto solo perché proprio i bolognesi vinsero un terzo delle gare giocate e la Snaidero Udine ottenne appena dodici punti. Si salvò persino la derelitta Rieti, attanagliata da problemi economici e dalla continua fuga di giocatori. Appena sopra queste tre, arrivò la Eldo Caserta in tempo per conquistare la salvezza alla prima annata da neopromossa. Nonostante tutto e nonostante una squadra che, ancora una volta, doveva stravolgere il suo impianto e il suo progetto tecnico: era passata in pochi mesi attraverso gli invisibili innesti di Marmarinos e Darby e i tagli di Butler e Tutt. Il tutto condito dagli arrivi e altrettanto rapide partenze di Horace Jenkins e Phil Martin. In questo marasma, la Eldo dopo le quattro sconfitte nelle prime cinque gare aveva rialzato la testa collezionando qualche preziosa vittoria, prima di Natale, a Ferrara e Montegranaro e in casa contro la Virtus Bologna. Punti che alla fine risulteranno fondamentali: merito dell’ottimo girone d’andata di Di Bella e di Slay (chiuderà con 16 punti di media e 7,6 rimbalzi), e delle buone prove di Michelori nonché degli esperti Larranaga e Frosini. Questi gli uomini che tolsero le castagne dal fuoco a una matricola che giocava praticamente senza stranieri, viste le fallimentari scommesse di Butler e Foster.

La svolta era arrivata a marzo, quando il presidente Caputo e l’intera proprietà bianconera decisero di mandar via il giemme Betti nonostante un contratto triennale firmato nell’estate del dopo-Pavia. Ma il patron Caputo, assumendosi ogni responsabilità, prese in mano la gestione amministrativa e tecnica del club, e a fine anno in una conferenza stampa si lamentò senza esitare di Betti e del suo operato. L’atmosfera intanto era tornata serena e la squadra aveva reagito anche sul campo, centrando quasi in serie vittorie decisive contro Ferrara, Montegranaro e Rieti. Tutte al PalaMaggiò e tutte in scontri diretti vitali per conquistare gli ultimi punti utili ad agganciare quota 22, quella che garantiva ai casertani di conquistare, con due soli punti di vantaggio, la definitiva permanenza in Lega A. Per un altro anno ancora.

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