L’emergenza Covid-19 mette la parola fine a questa stagione agonistica. A meno di improbabili sorprese i campionati di pallacanestro vanno tutti in “freezer”.
Si congela tutto, promozioni e retrocessioni, nella speranza di ritrovare tutto come prima quando si ripartirà l’anno prossimo (sperare non costa niente, ma la vedo davvero difficile).
In un momento così delicato per il Paese, lo sport a tutti i livelli agonistici ovviamente si interroga sull’immediato futuro iniziando la contabilità delle probabili perdite.
Nel calcio le preoccupazioni sono semplicemente accennate, e il punto di non ritorno è ancora lontano grazie, soprattutto, al sostanzioso anticipo dei diritti televisivi già percepito e messo in saccoccia.
La Serie A di calcio, infatti, ha un modello di business che si regge per il 60% sui diritti televisivi, e aver già percepito l’80% degli introiti consente, al momento, di fronteggiare l’urto dello stop forzato.
In sostanza le tv hanno pagato più di quello che avrebbero dovuto, visto che al momento dello stop avrebbero dovuto tirare fuori solo il 60% del contratto annuale(circa 720 milioni).
Con quei soldi molte società hanno coperto parte dei debiti ed è improbabile che li restituiscano nel caso di stop definitivo.
Ed è anche il motivo per il quale la lega di serie A spinge per la conclusione della stagione a porte chiuse o aperte che sia.
Mentre le società iniziano a prendere in considerazione la riduzione dei costi, in primis gli stipendi, con ricorso agli ammortizzatori sociali.
In ogni caso, il futuro del calcio ruota intorno ai diritti tv senza i quali tutte le società sarebbero costrette a portare i libri in tribunale.
Il contratto è garantito fino al 2021, a nessuno conviene iniziare battaglie legali, e nel caso specifico i problemi ci saranno eventualmente nella definizione dei diritti tv 2021-2024.
Finché c’è video, c’è speranza.
La pallacanestro orfana della tv
Completamente opposto il destino della pallacanestro che purtroppo non può utilizzare la ciambella di salvataggio dei diritti televisivi: in Serie A incidono poco nei bilanci dei club, mentre sono del tutto insignificanti dalla Serie A2 a scendere.
Analizzando i dati del 2018, si evince come i ricavi totali sono legati quasi esclusivamente alle sponsorizzazioni, che nell’aggregato dei bilanci delle 16 partecipanti al campionato di Serie A (diventate 17 nella stagione 2019/2020), coprono i due terzi dei circa 75 milioni di entrate totali (a cui si deve aggiunge il milione e mezzo di sponsor raccolti da LegaBasket).
Nel 2019 i ricavi totali sono circa 100 milioni, ma la sostanza non cambia con le sponsorizzazioni a coprire i 2/3 dei ricavi. Il modello di business della pallacanestro dipende per il 66% dalle sponsorizzazioni.
In Serie A2 la situazione non cambia, nel senso che i 25 milioni di ricavi totali sono coperti nella quasi totalità da sponsorizzazioni e contributi dei soci, con proprietari che spesso figurano come sponsor dei club e sono soliti chiudere il bilancio in pareggio anche grazie al contributo che forniscono come sponsor. Un diverso modello di business prevede invece proprietari che non figurano fra gli sponsor, che fanno chiudere il bilancio in perdita e ripianano il disavanzo di tasca loro.
In entrambi i modelli il peso dei ricavi “da controllante” può arrivare fino al 60% rendendo ulteriormente fragile la gestione di una società sportiva quando si riducono gli sponsor.
Criticità
Senza il peso determinante dei diritti televisivi con le sole sponsorizzazioni a coprire i 2/3 dei ricavi totali, è abbastanza facile intuire come sia insostenibile per tante società sportive (alcune anche storiche) la partecipazione ai rispettivi campionati.
Sono ormai anni che molte società chiudono i bilanci in perdita con il volume delle sponsorizzazioni in costante diminuzione che rende, di fatto, quasi impossibile continuare a programmare le stagioni agonistiche.
In Serie A piazze storiche sono scomparse, altre hanno ridotto notevolmente i costi, ma molte sono con l’acqua alla gola con ricavi ballerini che non riescono a coprire i costi di un campionato ancora professionistico a dispetto di un contesto economico in profonda crisi.
Se negli ultimi anni abbiamo visto un movimento in estrema difficoltà, proviamo ad immaginare quello che potrebbe accadere nei prossimi mesi con una probabile contrazione del PIL fino a due cifre.
Senza timore di smentita, si può affermare che le società di pallacanestro, tranne poche eccezioni, avranno notevoli difficoltà a continuare l’attività agonistica senza misure di sostegno economico.
Le sponsorizzazioni erano già in costante calo negli ultimi due anni (spesso non onorate), e con la probabile chiusura del campionato, tra mancati incassi e ratei di sponsorizzazioni in meno, i soci dovranno ripianare le perdite di un bilancio in profondo rosso, anche in presenza di una consistente riduzione dei costi del personale e ricorso agli ammortizzatori sociali.
E le perdite da ripianare senza risoluzioni e cassa integrazione al momento sono del 40%.
Se aggiungiamo ulteriori considerazioni sulla struttura dei ricavi lo scenario si complica ancora di più.
I diritti televisivi pesano poco nei bilanci. In Lega A valgono 2 milioni e mezzo di euro, mentre in Serie A2 molto di meno e le società partecipano alla produzione delle dirette tv. Quindi:
Nessuna valorizzazione del prodotto basket —> Poca visibilità —> Meno sponsorizzazioni.
Impianti obsoleti e non di proprietà: Tale condizione impedisce di diversificare le fonti dei ricavi. Il palasport deve generare ricavi che non provengano solo dall’evento pallacanestro: eventi musicali, concorsi, convention. Deve essere comodo con servizi che generano utili: pubblicità, servizi di ristorazione interna, parcheggio.
Merchandising con numeri troppo piccoli determinati in gran parte solo dagli abbonati: In Serie A escludendo, per ovvi motivi Armani, quelli bravi riescono a ricavare tra i 100.000 e i 50.000 euro.
Premi italiani o premi Nas (giovani lanciati in prime squadre): Sono poche le squadre che hanno investito nei settori giovanili in modo da ricavare ritorni costanti nel tempo.
Buyout: Le squadre in genere sottoscrivono contratti annuali.
Botteghino e abbonamenti: Sono voci di ricavo non certe legate in ogni caso ai risultati. Nella migliore delle ipotesi coprono tra il 15 – 25% del budget.
Conseguenze
La domanda che ci poniamo è la seguente: quante società saranno in grado di mettere mano al portafoglio per coprire le perdite di un giocattolo che normalmente chiude ogni anno il bilancio in rosso?
E soprattutto: quante aziende continueranno a sponsorizzare?
Tutto ciò genera un pericoloso corto circuito :
Assenza di ricavi certi nel tempo —> impossibilità di fare investimenti —> Impossibilità di partecipare ai campionati.
Se la pallacanestro era già in profonda crisi almeno da tre anni, con un PIL in picchiata molte società dovranno ridimensionare chiedendo la partecipazione a campionati compatibili con le risorse disponibili (nel caso ci siano).
Molte avranno difficoltà a continuare anche in categorie inferiori, ponendo un grande punto interrogativo sulla composizione dei prossimi campionati in qualsiasi categoria.
Quante società ci saranno nella stagione 2020/21 in Lega A? E a cascata in Serie A2, B, e campionati regionali, che per loro natura giuridica non hanno le tutele previste per i professionisti?
Soluzioni
Senza ricavi certi per garantire i campionati occorrerà pompare tanta liquidità sotto forma di aiuti ed incentivi pubblici, sgravi fiscali, reddito garantito per staff e giocatori soprattutto nelle serie minori.
Mentre i campionati dovranno prevedere, almeno per la fase economica più difficile, dei meccanismi per garantire l’equilibrio competitivo tipo:
– Blocco promozioni e retrocessioni
– Revenue sharing (si sponsorizza il campionato e si divide)
– Salary Cap
– Draft sui migliori prospetti giovanili.
Sperando che arrivi presto un vaccino anche per la pallacanestro, in assenza di interventi immediati, almeno in Italia il Covid-19 rischia di uccidere lo sport più bello del mondo.
( Rosario Pascarella )



