Quelli della mia generazione, i millennial, hanno sempre avuto un rapporto conflittuale con scioperi e manifestazioni. Non c’eravamo ancora quando gli studenti occupavano le università nel ’68, ed eravamo ancora giovani – alcuni, troppo – quando Genova si sporcava di sangue durante il G8 del 2001.
Quella pagina della nostra storia, una delle più tenebrose e violente mai viste – per quei fatti, ricordiamo che la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato più volte il nostro Paese per tortura – in molti casi fu l’unica forma di educazione che ricevemmo sul diritto a scioperare e manifestare.

La verità che imparammo, a caro prezzo, fu che manifestare è cosa brutta, da evitare, perché possono esserci tafferugli e poi è ovvio che le forze dell’ordine caricheranno.
In pratica, con quella che oggi si chiama vittimizzazione secondaria, ci era stato insegnato che se avessimo esercitato un nostro diritto e ci avessero manganellato nel mentre, anche senza violenza da parte nostra, ce l’eravamo cercata andando a manifestare.
Questa breve introduzione serve a chiarire il contesto in cui mi sono mossa per anni ed il motivo per cui abbia fatto tanta fatica a fidarmi e scendere in piazza. Avevo cose da dire? Certamente, ma l’autocensura è tra le forme di violenza più forti a cui possiamo sottoporci.

Lo sciopero generale del 22 settembre – Le premesse
Veniamo a oggi, 22 settembre del 2025, la data in cui l’USB (Unione Sindacati di Base) ha proclamato lo sciopero generale (qui trovate il documento ufficiale), rivolto a lavoratrici e lavoratori di tutte le categorie pubbliche e private, a prescindere dalla loro iscrizione a un sindacato.
Tolte alcune attività essenziali, quindi, chiunque aveva la possibilità di aderire allo sciopero, senza obbligo di comunicarlo al datore di lavoro e, soprattutto, senza dover rischiare rappresaglie.
A partecipare, migliaia e migliaia di persone nelle piazze di 80 città. Tutte, tranne Caserta, grande assente in Campania. Ora: questa cosa è per me fonte di profonda vergogna, ma ho provato a trovare una spiegazione.

Sono giunta a due possibili conclusioni: o i casertani sono troppo ricchi ed egoriferiti per preoccuparsi del genocidio che Israele porta avanti ai danni della Palestina, e delle migliaia di morti, oppure – e voci di corridoio sembrerebbero confermare questa tesi – le associazioni della nostra bella città non si sono messe d’accordo. E se non si decide chi si intesta la manifestazione, questa non si fa.
Fatto sta, che per supportare la causa, da Caserta ci si è dovuti spostare a Napoli. Bellissima occasione per i partecipanti, un modo di sentirsi ancora più uniti tra le vie di una città che ben conosce la solidarietà; ottima occasione persa per Caserta.

Lo sciopero visto da dentro
All’arrivo, mi accolgono bandiere variegate, tra cui c’è anche quella della Palestina: a volte, l’impressione che ho è che conti di più dimostrare di esserci, che esserci veramente, con la testa e con il cuore, e questo mi spaventa.
Quello che però mi rincuora, è vedere una bandiera in particolare: per alcuni non significa nulla, ma per un’intera community è simbolo di libertà. Si tratta della bandiera pirata di Cappello di Paglia, direttamente da One Piece, uno dei manga più amati degli ultimi anni, da cui sono stati tratti un anime e una serie tv (a breve arriverà la seconda stagione su Netflix).
Sfondo nero, teschio pirata e l’inconfondibile cappello, la bandiera è apparsa per la prima volta nelle proteste in Indonesia dello scorso luglio, per poi diffondersi rapidamente in Nepal, nelle Filippine, in Francia e ovunque si manifesti per la libertà. A reggerla, in questo caso, dei giovani, gli stessi che secondo alcuni manifestano senza sapere perché.
Con un sorriso, chiedo a uno di loro se mi spiega la sua scelta: «L’ho scelto perché è un simbolo molto importante, infatti sta comparendo in molte proteste in giro per il mondo» mi dice. «Anche noi, a Napoli, vogliamo dare quest’esempio perché la ciurma di Cappello di Paglia è un simbolo di libertà per i popoli oppressi. Lo trovo molto importante, e magari aiuterà a far avvicinare anche persone che non sono vicine a questi temi e le porterà a farsi due domande sulla situazione mondiale.»
Il potere dei “cartoni animati”, guarda te.

Faccio due passi, cerco altre voci: vorrei che il corteo si raccontasse attraverso chi vi partecipa. Da dietro uno striscione dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani), un signore mi fa un cenno per dirmi che sì, risponderà volentieri alla mia domanda.
«Noi siamo qui con le sezioni ANPI, associazione che oggi è presente nelle manifestazioni in tutte le città, al fianco del popolo palestinese. E chi è nell’ANPI e non fa questa battaglia, è meglio che se ne vada».
Donne e uomini di tutte le età ed estrazioni, famiglie intere, madri con i loro bambini – alcuni ancora in carrozzina – prendono la via della stazione, fianco a fianco, come un solo corpo. Un canto viene intonato di tanto in tanto; per la Palestina, per gli oppressi, per ricordare quando lo siamo stati noi. Un fiume in piena che si riversa in stazione, in modo fluido e pacifico, per occupare brevemente i binari.
Un gesto simbolico, durato in tutto una mezz’ora, che vuole ricordare il “blocchiamo tutto” che sta serpeggiando da giorni in Italia e in Europa. Se non c’è altro modo, ci fermiamo; se non si ferma Israele, blocchiamo l’economia; se il genocidio non viene arrestato, non esce più un chiodo.
Del resto, uno sciopero ha come obiettivo quello di creare un disagio che spinga a delle soluzioni; chi cerca di venderla in altro modo, difficilmente è in buona fede.

Usciamo dalla stazione e continuiamo lungo Corso Umberto, passando davanti all’Università – dove c’è un piccolo presidio di studenti – diretti al porto, dove la manifestazione avrà la sua massima espressione prima di concludersi (altri flussi hanno comunque continuato verso varie parti della città).
L’imponente nave da crociera di una nota società armatrice giace allegra nel porto, creando un’immagine paradossale che ben racconta i nostri tempi: sotto c’è chi manifesta per diritti che appartengono a tutti; sopra, pochi privilegiati osservano incuriositi lo spettacolo, quel circo che forse immaginano creato appositamente per loro. Accorrono, si chiamano, fanno foto. Chissà se qualcuno di loro vorrebbe essere tra noi.

E nel porto, mentre mi riposo dal tanto camminare, assisto all’unico episodio “violento” che abbia visto in questa manifestazione. Una manifestante cammina tranquilla attraverso il porto, con una bandiera della Palestina in spalla, da sola, verso il mare. Un addetto le si para davanti e la ferma in malo modo: «Qui, con quella, non puoi entrare.»
Il suo atteggiamento mi mette in allarme, e mi avvicino; insiste nel non farla passare, sebbene oltre la sua postazione ci siano altre persone che indossano la stessa bandiera. Gli chiedo: «Quindi, se stacca l’asta dalla bandiera e la mette a mo’ di mantello, può passare?». Mi fa cenno di sì, come se il problema fosse un bastoncino di plastica. Cerchiamo di capire questa stramba regola, vengono tirate in mezzo le forze dell’ordine e, rullo di tamburi… Non succede assolutamente nulla.

Se mi chiedete si può entrare in un porto con una bandiera in mano? non so rispondervi: nessuno degli agenti ha saputo indicarci un regolamento, una legge, qualcosa che ci aiutasse a capire. Posso rispondervi con le spallucce, accompagnate da un «Voi qui non potreste stare». Veramente, la manifestazione è autorizzata dal prefetto, sa com’è, ma se lo dice lei…

Lascio il commissario Winchester, giro tacchi e riprendo il mio cammino verso il Mercadante, che mostra fiero la bandiera palestinese e la scritta Il teatro non è complice. Strano come a supportare scioperi e manifestazioni siano gli artisti, storicamente poveri in canna, per cui un giorno di paga perso fa una grande differenza. E noi col posto fisso ce la facciamo sotto.
È così che, piano piano, ci corrodono la libertà. Sempre che non lo facciamo già noi.



