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Notre Dame de Paris avvolge e strega la Reggia di Caserta. Ma il pubblico merita ancora i grandi spettacoli?

Il mio primo incontro con Notre Dame de Paris risale al 2001. Ero alle superiori e una meravigliosa insegnante di francese, a cui dovrò sempre tanto, pensò di farci esercitare proprio sui testi dell’opera di Luc Plamondon e Riccardo Cocciante, quella che sarebbe diventata una grande opera popolare, capace di superare i 15 milioni di spettatori con oltre 5000 repliche rappresentate in tutto il mondo. Ancora oggi, alcune di quelle canzoni le canto istintivamente in francese: è l’effetto di un imprinting che il tempo non ha mai cancellato, e che portava la firma di Garou, Patrick Fiori e Daniel Lavoie, interpreti di Belle (Bella) nella prima versione che abbia mai ascoltato.

Un anno dopo, Notre Dame de Paris sarebbe arrivato in Italia, con i testi di Pasquale Panella e la produzione di David Zard.

Non ricordo quando sia stata la prima volta che l’ho visto a teatro. Ciò che è certo è che, in venticinque anni, quell’esperienza si è ripetuta almeno altre cinque volte, senza contare le repliche televisive, i mille ascolti del CD consumato e tutto ciò che negli anni ha continuato a tenerlo vivo.

Nel 1831, il ventinovenne Victor Hugo creò una storia sublime e straziante, ambientata nella perduta Parigi medievale dell’anno del signore 1482, di cui solo la cattedrale gotica di Notre Dame resiste. Anni dopo, Cocciante e Plamondon hanno saputo assorbire quei temi e tradurli in musica e parole; gli interpreti hanno poi dato loro corpo, anima e respiro.

A distanza di venticinque anni, il mio amore non accenna a diminuire e si dimostra ben riposto: il cast, che integra nuove voci e interpreti storici, riesce ancora una volta a rapirmi e portarmi lontano, nonostante abbia sempre preferito i teatri chiusi per questo tipo di spettacoli.

Non è neppure la mia prima volta all’aperto: anni fa, in occasione del decimo anniversario, vidi la messa in scena all’Acciaieria Sonora di Bagnoli, sorta sulle spoglie dell’ex-Italsider. Nulla di comparabile – non me ne voglia la città di Bagnoli – con la Reggia di Caserta, che sembra restituire una parte dell’incantesimo che la cattedrale di Notre Dame porta con sé. La monumentalità del complesso vanvitelliano dialoga con la scenografia in un faccia a faccia che ne amplifica la magia.

Giò Di Tonno e Vittorio Matteucci si confermano interpreti straordinari, capaci di dare rispettivamente a Quasimodo e Frollo una drammaticità e uno strazio che fanno accapponare la pelle. Tanto più conta quindi la menzione speciale per due nuove leve, che riescono a sostenere la loro bravura senza che si percepisca discontinuità: Angelo Del Vecchio diventa un Clopin carnale e sanguigno, che si oppone ai soprusi e si batte per la sua gente, gitana e senza patria; Beatrice Blaskovic, di contro, offre al pubblico una Fiordaliso delicata e intensa, dallo stupendo colore vocale che mostra una sfumatura piacevolmente terrena in ciò che è percepito come etereo. Fiordaliso, una delle figure più detestabili della vicenda, si fa finalmente carne attraverso l’interpretazione di Blaskovic, riuscendo a far emergere la zingara Esmeralda come estremamente più pura, per contrasto.

I costumi, l’impianto scenico, luci, acrobazie e coreografie fanno il resto, che non è tuttavia un contorno: sono loro il cuore pulsante di Notre Dame de Paris che, dopo un quarto di secolo, non ha perso un grammo della sua forza evocativa.

La data del 19 luglio alla Reggia di Caserta ha rappresentato una nuova tappa del tour di Notre Dame de Paris, accolta da una platea gremita. La replica a cui ho assistito è stata impeccabile. L’unica cosa che non ha funzionato non si trovava sul palco ma in platea.

Perché l’opera — e più in generale il teatro — non ha dimenticato come emozionare. Forse siamo noi spettatori ad aver dimenticato come assistere a uno spettacolo?

ph. Luca Marenda

“Questo ucciderà quello”

Il telefono uccide lo spettacolo nel momento in cui il divieto di scattare fotografie o registrare video viene ignorato. La leggerezza di una parte del pubblico finisce per mancare di rispetto agli artisti, alla produzione e anche a chi quello spettacolo è andato semplicemente a viverlo.

Lo dico da spettatrice, prima che da giornalista: abbiamo disimparato a stare a teatro, abbiamo disimparato a stare. E forse è questa la perdita più grave, perché non riguarda soltanto uno spettacolo, ma il nostro modo di condividere e abitare lo spazio, culturale e non.

Non è una sensazione isolata e non riguarda solo l’Italia: negli ultimi mesi il dibattito si è acceso anche all’estero e, come evidenziava un approfondimento pubblicato dalla BBC lo scorso giugno, sempre più attori, registi, critici e spettatori denunciano la fastidiosa abitudine di utilizzare il telefono durante spettacoli teatrali e proiezioni cinematografiche.

Martin Scorsese ha dichiarato di aver quasi smesso di andare al cinema proprio a causa del comportamento dei suoi vicini di poltrona; attrici come Rosamund Pike, Jessie Buckley e Lesley Manville hanno raccontato di essersi trovate costrette a richiamare spettatori intenti a scrivere messaggi o a filmare lo spettacolo durante la rappresentazione. C’è perfino chi ha proposto soluzioni drastiche, come depositare i telefoni all’ingresso delle sale, pur riconoscendone il carattere estremo.

Mi fa sorridere, amaramente, anche il fatto che spesso a ignorare i richiami siano i meno giovani, gli stessi che rivendicano un’educazione che però sembrano aver dimenticato. E sia chiaro, non parlo delle urgenze. Dubito che quel Biagio che continuava a comparire sul display della signora davanti a me fosse in pericolo di vita. Di certo, però, finirà per restare impresso nella mia memoria quasi quanto lo spettacolo stesso, e avrei preferito evitarlo.

La domanda allora diventa inevitabile: in quale momento abbiamo deciso che guardare Gringoire cantare Il tempo delle cattedrali o ascoltare Esmeralda intonare la sua Ave Maria pagana fosse meno importante di registrare un video destinato a perdersi nella memoria di uno smartphone o nell’effimero di un social network?

immagine da Notre Dame de Paris

Le cattedrali stanno crollando, questo è il tempo che verrà.

Ne parlano Gringoire e Frollo in Parlami di Firenze — in un duetto che vede Luca Marconi perfettamente equilibrato con Vittorio Matteucci — dove si riflette su come l’invenzione della stampa di Gutenberg e le spedizioni verso le Indie rivoluzioneranno il mondo conosciuto. Oggi l’AI sta riscrivendo ciò che siamo, mentre la corsa allo spazio apre nuove frontiere; intanto continuiamo a non saper gestire quelle che abbiamo già. Gli smartphone, i social network e la connessione permanente hanno trasformato il nostro modo di guardare il mondo, ampliandone i confini ma mostrando la nostra fallibilità: quando lo spazio si allarga, perdiamo di vista il punto focale.

È uno dei molti modi con cui Notre Dame de Paris dimostra ancora una volta la sua grandezza: la capacità di restare attuale nel tempo.

I sans-papiers; gli ultimi; gli esclusi; il potere che opprime chi non ne ha; il diritto d’asilo negato; una donna condannata a morte per non aver ceduto al desiderio di un uomo potente: non c’è praticamente nulla, né in Hugo né in Cocciante, che non continui a parlarci del presente.

Ma noi rischiamo di non sentirlo: siamo troppo impegnati a realizzare l’ennesimo video che sicuramente non riguarderemo ma che dobbiamo postare per dimostrare di esserci.

Il paradosso è tutto qui: passiamo una serata a cercare di conservare il ricordo di uno spettacolo immortale, perdendo ciò che nessun telefono può registrare: un’emozione che resiste al tempo.

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