Sin dalla pubblicazione, da parte di Invitalia – per conto del Ministero dell’Interno – del bando per la realizzazione di un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) a Castel Volturno, il confronto pubblico tra istituzioni, associazioni, sindacati e Chiesa ha preso una direzione molto chiara: il progetto incontra un’ampia opposizione, legata alle criticità segnalate in materia di sicurezza, diritti umani, sviluppo territoriale e politiche migratorie.
CPR a Castel Volturno: il quadro della situazione finora
Il disciplinare del bando, pubblicato il 22 aprile scorso sul sito di Invitalia, del valore netto di 41 milioni di euro, fa riferimento a una “PROCEDURA DI GARA APERTA AI SENSI DELL’ARTICOLO 71 DEL D.LGS. 36/2023 PER L’AFFIDAMENTO CONGIUNTO DEL PROGETTO DI FATTIBILITÀ TECNICO-ECONOMICA, DEL PROGETTO ESECUTIVO, DEL COORDINAMENTO DELLA SICUREZZA IN FASE DI PROGETTAZIONE NONCHÉ DELL’ESECUZIONE DEI LAVORI PER LA REALIZZAZIONE DI UNA STRUTTURA DESTINATA A CENTRO DI PERMANENZA PER IL RIMPATRIO (CPR), DI CUI ALL’ART 14 DEL D.LGS. 286 DEL 1998, PRESSO IL SITO DI CASTEL VOLTURNO (CE)”.
Secondo la documentazione di gara, il centro dovrebbe sorgere nell’area del “Parco umido La Piana”, una superficie di circa 63 ettari a sud-ovest del centro storico di Castel Volturno e a circa tre chilometri dalla statale Domitiana.
Il progetto riguarda una struttura destinata ad accogliere fino a 120 persone e comprende progettazione esecutiva, coordinamento della sicurezza e realizzazione delle opere. I lavori, una volta aggiudicati, avranno una durata prevista di 660 giorni.
Le critiche del mondo associativo e sindacale
Numerose realtà associative e sindacali hanno espresso una posizione critica rispetto al progetto. Per la CGIL si tratta di “una scelta grave e sbagliata”, perché i CPR sono “luoghi di detenzione amministrativa, che comprimono diritti fondamentali senza produrre sicurezza né integrazione”.
Secondo Elena Russo, segretaria provinciale CGIL Caserta con delega all’immigrazione, “La posizione della CGIL è chiara e coerente: nessun CPR né a Castel Volturno né altrove. Questi centri vanno superati, non moltiplicati. Occorre costruire un sistema fondato sull’accoglienza diffusa, sulla regolarizzazione, sul lavoro dignitoso e sulla piena esigibilità dei diritti. Continuare a finanziare centri di detenzione amministrativa significa scegliere la scorciatoia della repressione al posto della responsabilità politica”.
Alla stessa linea si richiama anche la segretaria generale Sonia Oliviero, che aggiunge: “In un territorio segnato da sfruttamento lavorativo, caporalato e marginalità, questa decisione rischia di alimentare ulteriormente le condizioni che si dice di voler combattere. È una scelta che non parla di sicurezza, ma di abbandono istituzionale. Serve un cambio radicale di paradigma: basta CPR, più diritti, meno propaganda, più giustizia sociale. Ci attiveremo a costruire e sostenere, democraticamente e al fianco delle realtà territoriali, le iniziative di contrasto all’ennesima scelta scellerata che questo governo intende mettere in campo sulla nostra provincia”.

Anche Arci Caserta ha espresso “totale e ferma contrarietà” alla realizzazione della struttura, definendo l’investimento previsto “l’ennesimo schiaffo a un territorio che attende da decenni risposte strutturali”.
Per il Forum Terzo Settore Campania, i CPR sono “luoghi di privazione della libertà che troppo spesso diventano zone grigie del diritto, dove la dignità umana passa in secondo piano rispetto a logiche emergenziali”.
Libera e il Comitato Don Peppe Diana hanno chiesto la sospensione del bando, definendo i CPR “il punto più estremo di un sistema fondato sulla repressione e sulla marginalizzazione delle persone migranti, il punto finale di politiche migratorie volte alla criminalizzazione. Si tratta di luoghi di detenzione amministrativa in cui uomini, donne e bambini vengono privati della libertà personale non per aver commesso reati, ma unicamente per la loro condizione amministrativa”.

Il no della Chiesa: “Non è la risposta di cui questo territorio ha bisogno”
Una presa di posizione netta è arrivata anche dagli esponenti del clero locale e regionale, unanimi nell’esprimere una posizione critica sulla struttura.
L’arcivescovo di Napoli, cardinale Mimmo Battaglia, ha dichiarato: “Non è la risposta di cui questo territorio ha bisogno. È una scelta che rischia di aggravare fragilità già evidenti, concentrando marginalità proprio dove, invece, servono investimenti, servizi, lavoro e prospettive concrete di futuro. Le politiche migratorie non possono essere ridotte a dispositivi di contenimento, e la sicurezza non si costruisce alimentando periferie della dignità”.
Severa anche la posizione dell’arcivescovo di Capua e vescovo di Caserta Pietro Lagnese, che ha definito la scelta “un’offesa per il territorio”, richiamando i dati del Tavolo Asilo e Immigrazione, aggiornati a dicembre 2025, secondo cui i dieci CPR attualmente attivi in Italia registrano una capienza complessiva di 672 posti a fronte di 546 presenze effettive, dato che renderebbe ingiustificato un investimento di 43 milioni di euro (cifra lorda).
Le preoccupazioni sullo sviluppo del litorale domizio
Tra le criticità sollevate nel dibattito emerge anche il possibile impatto della struttura sul percorso di rilancio del litorale Domizio. Secondo la Cisal Caserta, infatti, la localizzazione del CPR “confligge apertamente con il lavoro portato avanti in questi anni” per valorizzare la fascia costiera tra Mondragone, Castel Volturno e Cellole.
Il segretario generale Ferdinando Palumbo ha parlato di “una scelta politica strabica” che rischierebbe di compromettere “la tenuta complessiva di un percorso di rilancio del litorale domizio costruito negli ultimi anni”.
L’unico supporto al CPR arriva dal centrodestra
In un quadro complessivo che condanna il CPR dal punto di vista umano, sociale ed economico, le uniche posizioni favorevoli sembrano concentrarsi al centrodestra, i cui esponenti difendono l’intervento come strumento utile per rafforzare sicurezza e presenza dello Stato sul territorio.
Il deputato casertano e coordinatore regionale della Lega Gianpiero Zinzi, in controtendenza con quanto riportato da associazioni, sindacato e clero, nei giorni scorsi ha definito il CPR “una struttura necessaria per rafforzare la sicurezza in Campania e rendere più efficace la gestione dell’immigrazione irregolare. […] Per questo stupisce che la sinistra scelga ancora una volta di opporsi per ragioni puramente ideologiche, cedendo alla solita sindrome Nimby: va bene tutto, purché non si faccia nulla.”
Parole a cui ha fatto eco il deputato di Fratelli d’Italia Marco Cerreto, ribadendo come la struttura serva “per rafforzare sicurezza, legalità e presenza dello Stato.”

Tuttavia, le parole del Vescovo Lagnese nella conferenza stampa di questa mattina hanno spinto Zinzi a coinvolgere il ministro Piantedosi, che si è detto disponibile a un incontro con l’alto prelato.
Nella dichiarazione del coordinatore regionale della Lega si legge: “Ascoltiamo sempre con molto rispetto le parole dell’arcivescovo di Caserta, monsignor Pietro Lagnese, che questa mattina ha tenuto una conferenza stampa in merito alla realizzazione del Cpr di Castel Volturno. Con la Chiesa, che ha a cuore gli ultimi e le comunità, il confronto è sempre aperto e anzi necessario. Per questo, poco fa, ho sentito il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha confermato la sua piena disponibilità a un incontro con l’arcivescovo Lagnese, per illustrare nel merito un progetto che è a favore del territorio e delle comunità locali.”
Diverso il discorso per il parere di associazioni e sindacati, su cui il deputato casertano dichiara: “Totalmente diverso è l’atteggiamento della sinistra e dei centri sociali che in queste ore stanno cavalcando la protesta: ancora una volta preferiscono fare demagogia e dire ‘no a tutto’, senza offrire una sola soluzione concreta, alimentando paure e tensioni per puro tornaconto politico.”
Nel 2024, una ricerca di Amnesty International, organizzazione non governativa internazionale, ha evidenziato come i CPR rappresentino una minaccia ai diritti umani, con violazioni non solo del diritto alla libertà, ma anche dei diritti all’asilo, al ricorso effettivo e all’assistenza legale (si può leggere qui); non esistono inoltre dati che ne dimostrino l’impatto positivo sulle problematiche locali, né in termini di sicurezza, né certamente in termini di integrazione.
Foto di repertorio, CPR di Roma



